mercoledì 14 maggio 2008

L'ERA DEL PASSATO

“L’ERA DEL PASSATO”

La politica nel corso dei millenni della storia dell’umanità planetaria è servita per declinare progresso e sviluppo ma nello stesso tempo anche morte e distruzione, illuminismo e anche restaurazione, libertà ai popoli ma anche dittature e privazioni, benessere e anche povertà assoluta.

La politica è uno strumento che genera processi i quali comportano conseguenze per le popolazioni che di tale strumento si servono o la subiscono.

Certamente è ineludibile una constatazione di fondo: il mondo è stato da tempo immemorabile contrassegnato da una costante lotta di chi ha imposto supremazia militare contro una parte del pianeta che l’ha subita. La conquista di spazi territoriali per lo sfruttamento delle risorse a scapito degli occupati.

La civile Europa soltanto cinquecento anni fa, scoprendo il contininente americano organizzò spedizioni di morte per l’occupazione di quelle terre a scapito delle popolazioni che lì risiedevano. Gli americani di oggi non sono altro che figli di spagnoli e inglesi che hanno occupato militarmente quelle aree generando poi processi di sfruttamento.

Il confine invalicabile della fragilità di un sistema basato sullo sfruttamento delle risorse naturali è rappresentato oggi dall’inevitabile esaurirsi della principale risorsa energetica che fa camminare la parte di mondo che ha imperato nell’ultimo millennio: il petrolio.

“Il mondo finirà presto il petrolio estratto a buon mercato...” scriveva il professor David Goodstein all'inizio del suo libro Il mondo in riserva.
Goodstein, insegnante di fisica presso il California Institute of Technology, nel libro raccontava una sua tipica lezione sull'energia in cui fa oscillare nell'aula una palla da bowling appesa a una fune, facendo partire l'oscillazione dal suo naso e senza tirarsi indietro quando la palla gli ritorna addosso: il modo più semplice per mostrare che l'energia si perde lungo il tragitto perché la palla da bowling, al ritorno, si ferma sempre un po' più in là rispetto alla prima volta: cioè a pochi centimetri dalla faccia del professore.
Nel suo libro dimostrava, gia nel 2004, che la crisi del petrolio, quella definitiva, era una questione di pochi anni, anche se questo non significava la fine, in pochi anni, di tutto il petrolio disponibile.

Il petrolio è una risorsa finita
Prima di tutto bisogna che le popolazioni del mondo industrializzato comprendano e assimilino il concetto che il petrolio è una risorsa finita.

Comunemente si parla di “produzione di petrolio” e questa frase genera una contraddizione in termini.

Nessuna azienda “produce” il petrolio, caso mai ci sono aziende che lo vanno a prendere là dove sta. Dunque non c'è dubbio che a un certo momento si avrà l’esaurimento di questi giacimenti.

E’ evidente che tale scenario presuppone una capacità di ricerca scientifica in grado di generare nuovi modelli organizzativi che utilizzi fonti di energia alternativa, ma il problema più urgente da affrontare è costituito dalla domanda: cosa accadrà mentre le risorse cominceranno progressivamente a scarseggiare sia per effetto della riduzione della capacità estrattiva e sia per la crescente richiesta di greggio proveniente dai Paesi emergenti nei quali l’industrializzazione viaggi a ritmi galoppanti ?

Sia la prima condizione che la seconda produce comunque un innalzamento del prezzo dell’oro nero in quanto la vendita sarà garantita sempre di più al migliore offerente.

Fino a che punto le economie della triade (America – Europa – Giappone) potranno sopportare la guerra dei prezzi ?

Si consideri solo questo dato: il 65,3 per cento di tutto il petrolio esistente sta in Medio Oriente. Tutto quello che accade in Medio Oriente, politicamente parlando, è in qualche modo connesso col petrolio. Che cosa accadrà, nella politica di tutto il mondo, quando il Medio Oriente non avrà più a disposizione – o avrà a disposizione sempre di meno – la sua risorsa fondamentale?
Ma è un problema che riguarda noi che oggi calpestiamo questo pianeta o è un problema invece che possiamo tramandare ai figli dei nostri figli, a fra duecento anni ?
Il prof. Goodstein nel suo lavoro diceva di no. Egli affermava nel 2004 , che la crisi era prossima e ci riguarda da vicino e argomenta il suo no riferendosi al “picco di Hubbert”, una funzione statistica sconosciuta al grande pubblico, ma con la quale, purtroppo, avremo presto dimestichezza.

Hubbert era un geofisico della Shell e negli anni Cinquanta redisse un’analisi che evidenziava che la quantità di petrolio che poteva essere estratta dai pozzi degli Stati Uniti avrebbe raggiunto il suo massimo (il cosiddetto “picco”) nel 1970, per poi calare rapidamente.

Molti analisti e studiosi dell’epoca non lo presero in considerazione ma furono smentiti dai risultati.

Nel 1970, effettivamente, gli Stati Uniti estrassero dai loro pozzi nove milioni di barili al giorno, una cifra mai raggiunta prima di allora, e dal 1971 in poi cominciarono invece a estrarre sempre meno petrolio.

Oggi la produzione quotidiana è di circa sei milioni di barili e si sa già che l'anno prossimo, e negli anni successivi, la produzione sarà sempre più bassa.

Dunque, relativamente all'America, la previsione di Hubbert è risultata esatta al cento per cento.

Ma che dire del resto del mondo?
Il prof. Goodstein asseriva nel suo lavoro: “Di recente diversi geologi hanno applicato le tecniche di Hubbert ai dati sulla produzione di petrolio del mondo intero. Ognuno di loro ha usato dati differenti, ipotesi di partenza diverse, e anche i loro metodi hanno variato, ma le loro risposte sono state sorprendentemente simili. Molto presto, sostengono, si arriverà al “picco di Hubbert” per il mondo intero: con tutta probabilità in questo decennio. Vi sono geologi che non concordano con questa diagnosi, e i dati su cui si fonda sono oggetto di disputa, ma i seguaci di Hubbert sono riusciti almeno a stabilire un punto fermo: l'offerta mondiale di petrolio, così come quella di ogni risorsa mineraria, cresce da zero fino a un massimo, dopodiché è destinata a calare per sempre”.
In poche parole: la crisi mondiale del petrolio arriverà quando avremo consumato la metà esatta di tutto il petrolio disponibile.

A quel punto l'offerta comincerà a scendere e il prezzo a salire, e le due curve – una verso il basso, l'altra verso l'alto – non si fermeranno più fino a che l'offerta non sarà arrivata a zero.
La crescita dell’area asiatica (Cina, India)
La Cina sta crescendo a grande velocità e consuma sempre più materie prime e, tra queste, petrolio.

Aree del mondo fino a qualche anno fa lontani dal nostro modello produttivo industriale adesso spingono sul piano del consumo di energia.

La loro progressiva crescita comporta inevitabilmente un maggiore consumo di greggio che si sottrae alla capacità complessiva di estrazione planetaria.

Che cosa succederà negli anni successivi al raggiungimento del “picco di Hubbert”?

Goodstein tracciava due scenari:
“Il peggiore dei casi. Dopo il “picco di Hubbert”, falliscono tutti gli sforzi di produrre, distribuire e consumare combustibili alternativi abbastanza rapidamente da riuscire a colmare il divario tra domanda in aumento e offerta in diminuzione. Inflazione galoppante e recessione mondiale costringono miliardi di persone a bruciare carbone in grandi quantità per riscaldarsi, cucinare e mandare avanti l'industria leggera. La variazione dell'effetto serra che ne consegue cambia il clima della Terra precipitandolo in un nuovo stato ostile alla vita. Fine della storia. In questo esempio, il peggiore dei casi è veramente il peggio del peggio.”
“Il migliore dei casi. Le turbolenze che seguono il raggiungimento del “picco di Hubbert” danno la sveglia al mondo intero. Un'economia basata sul metano riesce a fronteggiare nel breve periodo il divario tra domanda e offerta di petrolio, mentre si costruiscono nuove centrali nucleari e si diffondono le infrastrutture per lo sfruttamento di combustibili alternativi. Il mondo legge con ansia sulle prime pagine dei giornali le stime sui picchi di Hubbert per l'uranio e gli scisti».
In altri termini: “Questo è il secolo in cui dobbiamo imparare a vivere senza combustibili fossili. O saremo abbastanza saggi da farlo prima di esservi costretti, o dovremo farlo per forza quando gli idrocarburi cominceranno a scarseggiare. Un modo di raggiungere l'obiettivo sarebbe di tornare allo stile di vita del Settecento, prima che iniziassimo a sfruttare combustibili fossili a tutta birra. Ciò però comporterebbe, fra le altre cose, l'eliminazione di circa il 95 per cento della popolazione mondiale. L'altra possibilità è escogitare un modo per far andare avanti una civiltà complessa simile a quella che abbiamo oggi, ma che non faccia uso di combustibili fossili”.
Un nuovo modello di vita, un sistema rispettoso della consapevolezza che questo scenario non fa parte del futuro, è già alle porte del nostro presente.
Pensiamoci, perché prima o poi accadrà.

14 maggio 2008 Dott. Victor Di Maria

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