domenica 19 gennaio 2014

Le parole ed il loro significato: il potere della distorsione - Pietro Barcellona

Già membro del Consiglio superiore della magistratura e deputato del Partito comunista italiano, successore del laziale Pietro Ingrao (che gli sopravvive, pur essendo Ingrao nato il 30 marzo 1915) nella direzione del Centro per la riforma dello Stato, nonché professore di diritto privato e di filosofia del diritto in vari atenei, il catanese Pietro Barcellona (1936-2013) ha finalmente realizzato il suo Incontro con Gesù, per dirla col titolo di uno dei suoi ultimi libri, edito dalla Marietti (Milano, 2009), venti anni dopo il crollo del muro di Berlino.
Fu quell'evento per lui, come per tanti altri, un fatto traumatico, che coincise con il crollo della comunità di idee e di passioni che si era costruito nei decenni della sua vita, iniziata il 12 marzo 1936 e conclusasi all'alba del 7 settembre 2013. Un ruolo significativo ebbe per lui, in particolare, l'amico teologo catanese Francesco Ventorino, che l'aveva, fra l'altro, invitato a partecipare insieme a una settimana a Gerusalemme e che firmò con lui un saggio su L'ineludibile questione di Dio.
«Molte cose sono convincenti sull'evoluzionismo», aveva scritto, «ma c'è un'obiezione dell'esistenza, che si ribella alla doppia contingenza del nascere per caso e del vivere per funzionare come parte di un processo, che, però, può fare anche a meno di te». Di qui la sua scelta per il cristianesimo, con cui egli ritiene di aver trovato finalmente la verità cercata per tutta la vita. Vedi le pagine estratte da una «autobiografia inedita», pubblicate sul volumetto a più mani, Disceso dal Cielo (Macondo Libri, Pove del Grappa, 2013, pagine 11-19).
Interessanti alcune puntualizzazioni semantiche, apparse nell'ultimo volume del Barcellona, Parolepotere. Il nuovo linguaggio del conflitto sociale (Castelvecchi Lit Edizioni, aprile 2013), arricchito da una prefazione di Bruno Amoroso, che mostra incisivamente la «polivalenza culturale» nella scrittura dell'autore.
Osserva, ad esempio, Barcellona in quest'opera che non è tanto sulla verità (alétzeia), ma sull'opinione (dòxa) che si sostiene «la costruzione della pòlis e della forma democratica della convivenza». Riflette poi l'autore (pagine 80-81) su un termine, un neologismo oggi usato e abusato, che è quello di «esodati», considerando che esso «nasconde dietro la suggestione di un'esperienza biblica il dramma di chi è rimasto senza lavoro né pensione».
«L'uso delle parole», ribadisce Barcellona, «non è un problema di vocabolario, ma un problema di lotta politica; esse non sono soltanto un mezzo di comunicazione, ma uno strumento di modificazione e organizzazione della società. Si parla quotidianamente di stabilità, emergenza, equilibrio, innovazione tecnologica, pareggio di bilancio, debito pubblico, disavanzo, esodati, esuberi, precari, senza riuscire mai a comprendere a quali aspetti della vita materiale si riferisca davvero questo fornito vocabolario».
Altri aspetti vengono colti, con forme sottili di polemica verso le attuali società «desacralizzate», ricordando, ad esempio, la tendenza, sempre più diffusa in tante famiglie, a sostituire la tradizionale preghiera serale, insieme con i propri bambini, con varie forme di peluche, esorcizzando la paura del buio con lampadine tascabili da accendere durante la notte.
SIGNIFICATIVO anche il commento all'espressione «lingua madre», comunemente usata. «Si chiama “madre” la propria lingua», scrive Barcellona, «perché è la madre della comunità, è la lingua con cui ci si riconosce, di cui non si deve, di volta in volta, cercare di spiegare faticosamente i significati e che rimanda oltre le parole che si pronunciano. In questo senso è sacra, perché sancisce tutti i rapporti tra le generazioni. Una madre che parla a un bambino è una società che si sta occupando del proprio futuro».
Così — riferendosi a un articolo sul Fatto quotidiano (17 dicembre 2012) di Erri De Luca, «Attenti ai vocaboli piegati dal potere», a proposito di eventi continuamente riproposti nei media — Barcellona ammonisce che l'uso della parola ondata «suggerisce la sensazione di un'invasione pericolosa oppure evoca una massa d'acqua che può irrompere sulla terraferma provocando effetti catastrofici», mentre l'espressione flussi migratori «darebbe un carattere ordinario, quasi di normalità, all'arrivo dei migranti che hanno attraversato il mare per approdare sulle coste in cerca di accoglienza». Altrettanto vale per il «falso vocabolario», che parla di «guerre umanitarie» o di «espulsione dei clandestini, per stimolare l'immaginazione sulla base di analogie deformanti».
«Il termine “ondata”», precisa Barcellona, «mobilita un atteggiamento di difesa a oltranza contro un pericolo improvviso o un evento catastrofico e giustifica l'intervento di blocchi navali militari, nel tentativo di alzare “dighe” contro la massiccia invasione dei barbari extracomunitari . Per “salvare” la parola “ondata” bisognerebbe rimetterla in contatto con il mare e i suoi movimenti spontanei, con i fiumi che vanno impetuosamente verso la foce, con le basse e alte maree che si susseguono secondo il ritmo delle lune che splendono nel cielo».
Occorre, conclude l'autore, salvare le parole da una «manipolazione del lessico che le riduce ad astrazioni, svuotandole di ogni vero contenuto emotivo originario». Barcellona fa l'esempio della parola «solidarietà», che invece di esprimere l'effettivo specifico legame di aiuto vicendevole, come avveniva nelle «mutue operaie per sostenere i compagni in lotta», è stata manipolata fino a essere usata per chi specula sulle sventure altrui per trarne vantaggi di parte, o paradossalmente usata per «incitare i giovani alla competizione per il successo», magari indicando a un tempo «la via della solidarietà come dovere morale». Infatti «associare la parola “solidarietà” al profitto e alla competizione è un uso paradossale che ne offende la storia e il significato». 

Emilio Butturini

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