domenica 19 giugno 2016

LA SEMANTICA DEI TERMINI: LA POLITICA DELL'ANTIPOLITICA METAMORFOSI DELL'HOMO POLITUCUS di Victor Di Maria



Il festival della retorica politica ha trovato il suo culmine trionfante nel termine "Antipolitica"  usato da chi, per professione, fa il politico.

Siamo di fronte al traguardo finale del "Gran Prix" dell'illogicità semantica, ossimoro assoluto.

I politici che invocano tale ossimoro volendone intestarsi la rappresentanza mettono sotto accusa la "politica". Per dare lustro e forza contenuntistica a tale "illogicità" il "politico" "Antipolitico" celebra se stesso, il suo essere "non essere politico" attraverso l'uso disinvolto di un vocabolario variegato.

Così, il "fare" diventa primario sul "parlare", "discutere" e altri simili perditempo democratici.

L'elogio del fare è infatti organico alla svalutazione del "pensare", "verificare", "confrontare". In politica, l'antipolitica, violenta la ragione (Ratio) introducendo la cultura ed il linguaggio "aziendalistico" nel quale prevale l'idea del decisionismo del "management" nella cui dimensione il confronto è del tutto inutile. Se è uno solo a decidere si fà tutto prima e subito. Si fa, ovviamente, la "Sua" volontà.

E così il "Politico" "Antipolitico" esalta la "politica" della "non politica" al fine di mistificare ogni cosa, negare l'evidenza, confondere, camuffare la realtà, sdoganare "se stesso" verso una percezione che gli altri devono avere della "novità", del "non vecchio", il "nuovo".

E su questo pericoloso crinale di aberrazione linguistica si gioca la partita della confusione attraverso l'uso improprio di termini cambiandone geneticamente il significato.

Il "Popolo" oramai è ridotto al significato di "maggioranza degli elettori", mortificando e violentando il concetto di sovranità in quello di "delega della sovranità".

L'evoluzione della semantica dei termini politici tende a rendere il significato delle parole mutevoli, a seconda del soggetto che li usa. Vittima illustre della nuova borsa dei valori linguistici è stata la "CULTURA".

Tutti ricordiamo la famosa frase (non "qui si fa l'Italia o si muore") "con la cultura non si mangia". Di tal discredito sono stati investiti, a cascata, gli intellettuali. "PROFESSORI" è diventato spregiativo. Cosicché, i "professori" che criticano la "riforma" costituzionale sono diventati il simbolo della zavorra contro il "cambiamento".

Le parole tendono a separarsi dal loro senso, a cambiare, come le cose, la loro "destinazione d'uso".

Il significato di "DEMOCRAZIA" è diventato il governo  dei potenti che chiedono e ottengono il consenso dei più deboli.

Aveva scritto ORTEGA Y GASSET: "L'anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l'audacia di affermare il diritto della volgarità e lo impone ovunque".

Quelli che hanno avutuo tutto estraggono "da se stessi il peggio che rispecchia il peggio che c'è nella società: volgarità, incultura, irresponsabilità, rapacità", per citare Zagrebelsky, spingendo la gente a fare lo stesso ai danni dei propri simili meno fortunati.

L'incitazione all'insofferenza verso i migranti ne è la rappresentazione plastica.

Viviamo in pieno decadentismo e il dramma di tutto ciò è conclamato nella totale e diffusa riluttanza a voler vedere il marcio che, purtroppo, è talmente vicino a noi che il suo puzzore non viene più distinto dal nostro poichè, probabilmente, sta dentro di noi.

Victor Di Maria

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