domenica 20 maggio 2012

Emanuela Orlandi - il monsignor Vergari e la banda della magliana


Monsignor Piero Vergari, l'ex rettore della basilica di Sant'Apollinare, è l'indagato eccellente della nuova inchiesta che riguarda la scomparsa di Emanuela Orlandi. Ieri, all'esplodere dello scandalo, ha ostentato sicurezza: «Nell'ispezione non hanno trovato nulla se non appunto il corpo di De Pedis. Tutte quelle ossa ritrovate non sono altro che ossa antichissime, risalenti a secoli fa, quando anche i laici venivano sepolti nelle chiese. Ora dicono che faranno indagini approfondite ma non vedo proprio che cosa possano trovare. Sono tranquillo, non ho nulla da nascondere».


PAPA RATZINGER E DON VERGARI

EMANUELA ORLANDI
Gli investigatori cercano le tracce dei corpi di Emanuela e anche di Mirella Gregori. Il Dna di entrambe le ragazze scomparse nel 1983 viene ora confrontato con i resti rinvenuti nella cripta di Sant'Apollinare. A prescindere da eventuali risultati della polizia scientifica, però, il problema di monsignor Vergari è l'ipotesi di reato: non tanto l'occultamento di cadavere, quanto il concorso in sequestro di persona. A questo fine è stata perquisita anche l'abitazione del monsignore e sequestrato il suo computer portatile.

Secondo le ultime ipotesi investigative, infatti, la giovanissima Orlandi, uscita dalla scuola di musica accanto alla chiesa, sarebbe stata attirata in trappola proprio all'interno dell'edificio sacro. A supporto, c'è una lettera anonima ricevuta a febbraio 2008 da Maria Orlandi, la mamma della ragazza sparita, e subito consegnata alla procura di Roma. Una lettera che sembra scritta da chi sa bene come andarono le cose.


DEPEDIS AMMAZZATO

IL FRATELLO DI EMANUELA ORLANDI
«La sera del 22 giugno - vi si legge - Enrico (De Pedis, ndr) mi chiama e mi chiede di andare con la mia auto in via Cavour a caricare un ospite. Lo avrei riconosciuto perché indossava una camicia gialla e aveva con sé un grosso borsone. La destinazione era Sant'Apollinare». Quindi prosegue: «Era mezzanotte e ci aprì personalmente Monsignore. Entrammo in una specie di studio o sacrestia e dalla porta vidi per terra una ragazza molto giovane. Sembrava morta. L'uomo con la camicia gialla mi disse di accostare l'auto all'entrata con il bagagliaio aperto. Poco dopo arrivò con la giovane avvolta in una coperta e la depose nel bagagliaio. Sentii Monsignore che diceva: "Mi raccomando, in un luogo consacrato"».


PIPPO CALO'
La lettera è ora pubblica perché il fratello Pietro l'ha inserita nel libro «Mia sorella Emanuela». Ma da tre anni è nelle mani degli investigatori. E indirizza verso gli ambienti della Banda della Magliana. Sarebbero stati loro, i malavitosi romani che dipendevano da Renatino De Pedis, a preoccuparsi di far sparire il cadavere di Emanuela.


«L'uomo con la camicia gialla prosegue l'anonimo - si fece accompagnare a Ponte Milvio, poi mi disse di andare a casa e di aspettare una chiamata di Enrico, che infatti mi chiamò verso le tre. Andai a prenderlo sulla via Cristoforo Colombo e ci dirigemmo verso il cimitero di Prima Porta. A 50 metri dal cancello mi fece scendere, disse di aspettare, salì al posto di guida e lampeggiò. Il cancello fu aperto da un uomo anziano. Enrico entrò. Uscì dopo 30 minuti e io ripresi la guida».


TOMBA DEPEDIS
Infine, «mi consegnò una busta con dieci milioni e io gli dissi "accidenti come pagano bene i preti", ma Enrico mi rispose che i soldi erano suoi. E aggiunse: "io invece dormirò coi cardinali e i santi". Emanuela riposa a Prima Porta ma non so come e dove è stata sepolta».


ENRICO NICOLETTI
Si rivangano ora vecchie storie inquietanti. Monsignor Vergari per 25 anni ha visitato il carcere di Regina Coeli in qualità di cappellano. Con De Pedis ne venne fuori un'amicizia che non rinnega neanche oggi. «Ci vedevamo - racconta - normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari. E altre volte fuori, per caso». Il rapporto tra i due fu suggellato da generose donazioni, continuate anche dopo la morte del boss. Fonti vicine al Vaticano hanno parlato recentemente di «un miliardo di vecchie lire».

In carcere don Vergari lavorava a fianco del vescovo Gianfranco Girotti, attuale reggente della Penitenzieria Apostolica, responsabile delle grazie e delle indulgenze della Santa Sede, a suo tempo intercettato al telefono, con Enrico Nicoletti, il "banchiere" della banda. Un terzo cappellano, don Pietro Prestinizi, venne addirittura arrestato dopo che la polizia lo intercettò a conversare con uomini vicini a Pippo Calò.

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